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Diario distratto

Ricordi di guerra: Danzica, storia di un deportato.

Ottobre 30, 2018
Diario dei giorni distratti

Anzio, 14 Febbraio 2016

Alcune storie vanno ascoltate con rispetto. Altre hanno l’urgenza di essere raccontate prima che l’oblio le inghiottisca. Tra queste la storia di Francesco, uno dei tanti civili italiani deportati in Polonia nel corso della seconda Guerra Mondiale.

Lo incontro ad Anzio il giorno del suo novantesimo compleanno. Con me, la mia famiglia. I bimbi hanno appena studiato l’olocausto e mi domandano cosa voglia dire il termine deportato. La sua presenza svela un nuovo significato: deportazione sono gli occhi azzurri di un uomo cui è stata privata la libertà, seppur per breve tempo. Sono le mani strette a pugno su un bastone a reggere anni di assenze e di ricordi mai sbiaditi. È la precisa volontà di non apparire pur possedendo una storia difficile da dimenticare.

Diario dei giorni distratti

Francesco racconta, alternando silenzi e pause, sorseggia spesso dell’acqua. Non lo fa per riordinare i pensieri, è lucidissimo. Solo, fatica a parlare di un’epoca buia a distanza di settantadue anni. Raccontare la guerra a chi vive in un luogo di relativa pace, definire il modo in cui stravolge l’essere umano, fa sentire impotenti. Banalizza e svilisce un ricordo. Difficile spiegare cosa voglia dire guardare ogni giorno in faccia la morte e sperare che non scelga te. Sperare, in alcuni casi, che scelga un altro piuttosto che te.

Per questo motivo, probabilmente, alla fine dell’incontro chiude per un attimo gli occhi chiedendo l’anonimato. Me ne dispiaccio, perché un ricordo merita un nome e cognome e un viso solcato da rughe che lo raccontino.

«C’è una storia e basta quella», risponde secco.

Mi rendo conto che, per chi appartiene alla mia generazione, comprendere la volontà di farsi piccolo e annullarsi per lasciare spazio a un racconto è difficile, perché l’ego e la voglia di apparire hanno ormai sostituito il significato più profondo delle nostre azioni. Forse è per questo che non ci sono più storie da raccontare.

Il suo modo spiccio di rispondere, la mancanza di affettazione tipica di una generazione che ha sofferto la fame e la privazione della libertà mi hanno ricordato nonno Francesco, un’altra storia di guerra, questa volta in trincea, che un giorno sarà raccontata. Allora, di fronte alla richiesta di anonimato, ho pensato di rispettarne la volontà usando il nome del nonno, una sorta di passaggio di staffetta tra due uomini uniti da una dignità, un orgoglio e una lealtà che ormai non esistono più.

Diario dei giorni distratti

Lecco, Giugno 1944

È una mite sera d’estate della provincia di Lecco del 1944 quando, in seguito a una retata, Francesco viene arrestato. Una di quelle rare sere in tempo di guerra in cui un ragazzo di diciotto anni cerca di vivere la leggerezza della sua età. Il cinema, in questi anni, nonostante censure e propagande di partito, allontana per poche ore lo spettro della morte. Facile, per i ragazzi dell’epoca, rintanarcisi per evadere da una realtà troppo dura; lucido, crudele e quasi beffardo il fatto che le retate siano effettuate dove è ancora permesso sognare.

Un semplice controllo della carta d’identità è sufficiente per scoprire che, a quella chiamata alle armi di pochi mesi prima, Francesco non ha mai risposto. Non ha neppure il tempo di salutare i suoi: è caricato a forza su un furgone e scortato alla più vicina prigione di Como.

Seguono giorni di silenzio e terrore, perché la mancata risposta alla chiamata alle armi è un oltraggio da punire con la fucilazione. Francesco è un ragazzino, ha appena compiuto diciotto anni e si ritrova per la prima volta a temere la morte, lui che fino a poche ore prima giocava a calcetto nella piazza del paese.

Dopo ore mute, di disperazione e terrore, sembra quasi tirare un sospiro di sollievo alla notizia della sua sorte: Danzica, volontario ai lavori leggeri.

«Ti ho fatto un bel favore, Fiulét» sentenzia l’ufficiale prima di apporre un timbro e passare al caso successivo.

Francesco ripassa più volte il termine volontario nella mente. Pensa a quella parola carica di responsabilità e intenzionalità sul treno per Danzica, e la ripete così tante volte che, alla fine, ci crede davvero.

Danzica, Polonia, Luglio1944- Gennaio1945

I mesi si susseguono tutti uguali, segnati da dodici ore di lavoro nei campi in una fattoria e altre dodici stipato in una stanza di tre metri quadri da dividere con sette deportati. Francesco è un privilegiato, a Danzica arrivano storie confuse di luoghi di morte chiamati campi di concentramento. Per i sette, invece, tre chili di pane a testa a settimana, un solo pasto al giorno composto da zuppa, patate e, due volte a settimana, un pezzo di lardo. E poi il gelo. I venti gradi sotto zero fuori dalla finestra scheggiata e il ghiaccio che gli si sta formando nell’anima in assenza di un volto familiare. Mesi in cui si chiude in un bozzolo sognando un ritorno a casa, alternati a giorni di esecuzioni sommarie in cui matura disperati desideri di fuga.

Se ne presenta la possibilità quando L’Armata Rossa invade la Polonia. Francesco è obbligato a raccogliere viveri e cavalli e seguire i proprietari terrieri verso Sud.

Nel corso della traversata conosce Helmut, anch’egli prigioniero. Il tedesco lo convince a tentare l’evasione, non prima di aver rubato un paio di cavalli e una slitta dal rifugio di fortuna che li ospita.

Della folle fuga Francesco ricorda la paura e la disperazione, la certezza di non poter più tornare indietro per il reato commesso, il pastrano esposto ai venti gradi sotto zero che si trasforma in un unico blocco di ghiaccio sulla nuca. E la Stria. Un’anziana che improvvisamente vede apparire sul lato posteriore della slitta in movimento senza che quest’ultima subisca la minima variazione di peso. Un’allucinazione causata dal gelo, pensa Francesco, eppure è lì, la vede bene, a pochi centimetri da lui, mentre si regge alla balaustra e guarda fisso davanti a sé con i capelli bianchissimi sferzati dal vento gelido. La Stria farà compagnia a Francesco per un pezzo della sua evasione e, nei suoi ricordi, per il resto della sua vita.

 

I Borovsky

Chiedo a Francesco come abbia trascorso i mesi successivi e perché non è tornato subito a casa, alla luce della libertà riguadagnata. Mi spiega che tornare da fuggitivo sarebbe stato rischioso, tra la ritirata delle truppe Naziste e l’avanzata dell’Armata Rossa.

Trova invece rifugio a Schwetz, dove vive mesi di pace e intimità familiare con la famiglia Borovsky. Qui, è accolto come un figlio e cerca di essere d’aiuto come meglio può, con piccoli lavori nella terra di loro proprietà. Sono giorni d’attesa di un periodo di pace, in cui stringe amicizia con alcuni militari italiani liberati dai russi e ospitati nel vecchio campo di concentramento di una città vicina, italiani che aspettano come lui di tornare a casa. Francesco comprende che, se vuole rivedere i propri cari, deve lasciare i Borovsky e trasferirsi con i soldati nel vecchio campo di concentramento ormai liberato. Sa che deve raccattare tutto quel che gli è rimasto e abbandonare quella gente cui sarà grato per il resto dei suoi giorni.

Si ferma solo un attimo alla fine del viale, prima che la strada maestra gli impedisca per sempre la vista di quell’unico ricordo sereno. Nel voltarsi per l’ultima volta scorge Stefania, la più giovane figlia dei Borovsky, ferma nel cortile dell’umile casa dai mattoni rossi e intenta a sollevare titubante una mano per salutarlo. 

Il 17 novembre del 1945, dopo un viaggio di 17 giorni su un carro bestiame, Francesco torna a casa.

Ricordando i Borovsky, per la prima volta, Francesco si commuove. Chiude gli occhi, sembra voler scacciare il pensiero con un cenno della testa, decide improvvisamente di non essere citato.

Gli domando se ha mai pensato di ricontattarli. Mi guarda quasi fosse la cosa più ovvia del mondo e risponde:

«Certo, ci sono tornato.»

Perché quel che Francesco compie, a distanza di più di cinquant’anni, è un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo. Nel 2001, solo e settantacinquenne, torna a Danzica con l’intento di arrivare a Schwetz. Francesco, però, si esprime in tedesco, ignorando il fatto che le nuove generazioni nutrano un più che giustificato odio verso la dittatura nazista e la sua lingua. Persino i nomi tedeschi delle città sono stati sostituiti da quelli Polacchi. Schwetz, adesso, si chiama Swiecie, pochi a Danzica ricordano l’antica denominazione.

Francesco non si perde d’animo. Si aggira per la stazione continuando a esprimersi in tedesco fino a quando una donna, forse intenerita, dimostra di comprenderlo. Gli indica un luogo dove trovare un tassista fidato che lo conduca a destinazione.

Quel che accade dopo lo raccontano i suoi occhi appannati. Riconosce subito, in lontananza, il viale che conduce alla casa di mattoni rossi dei Borovsky.

«Fammi scendere!» urla in tedesco al tassista. Anche se c’è ancora della strada da fare, anche se il tassista quella strada vorrebbe risparmiargliela, eppure si arrende in presenza dei suoi modi spicci. È una cosa solo mia.

Francesco imbocca trafelato il viale, sa che non può procedere in fretta, gli manca il suo bastone. La facciata non è cambiata ma, nel cortile, questa volta c’è una bambina di pochi anni. Francesco ha l’affanno e teme che il cuore non gli regga. Le si avvicina cauto, parlandole in tedesco, cerca di spiegarle che no, non è tedesco nonostante la lingua, ma italiano. Non può che restare impotente in presenza della fuga terrorizzata della bimba. Sospira. Sono passati troppi anni, è naturale che tutto sia cambiato.

Quel che più tardi Francesco scoprirà, è che all’interno della cucina semplice e spoglia dei Borovsky, Stefania, settantatré anni, ascolterà la sua nipotina riferire che c’è un italiano fuori.

 

Stefania dà le spalle alla porta, ha le mani immerse nell’acqua, tra piatti e bicchieri sporchi. Nonna, c’è un italiano fuori.

Talvolta, in casi molto rari, sessant’anni sono soltanto un piatto che scivola tra le mani e affoga nell’acqua tiepida senza rompersi. Sono il tempo di un sorriso.

È tornato Francesco.

Stefania lo pronuncia sicura prima di raggiungerlo in cortile e sciogliersi in un lungo abbraccio. Un’emozione fortissima, una stretta di riconoscenza e gratitudine e, soprattutto, un ricordo indelebile: Stefania morirà pochi mesi dopo il loro incontro benedetta dall’assenza di rimpianti.

Le guerre seminano odio, dividono e devastano. Rendono codardi i più impavidi e annullano rispetto e dignità. Eppure, in presenza di alcune storie, non possiamo fare altro che chinare il capo e cercare di non dimenticare, perché ci sono gesti e legami che sopravvivono all’odio e al tempo.

La storia di Francesco è stata scritta nel 2016, insieme ad altri pezzi che non saranno riadattati e ripubblicati perché trovo giusto lasciarli là dove sono nati.

Trovo invece doveroso fare tutto il possibile affinché il ‘Ricordi di guerra’ non cada nell’oblio, per Francesco, per chi non ha mai perso il cuore nei tempi più bui, perché magari, parlandone, la storia non si ripeta.

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1 Comment

  • Reply Giovy Malfiori Marzo 13, 2019 at 6:39 am

    Trovo che la Polonia sia un paese molto intenso e troppo poco esplorato a fondo. Spesso il turismo italiano si ferma a Varsavia e Cracovia (città spettacolari, in ogni caso) ma c’è molto di più. Come Danzica.

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